Dammi il tempo, tieni il tempo - Chia 2018




Ci ripensavo proprio oggi. E’ passato esattamente un mese da quella giornata di sole pieno, di caldo un po’ sopra le righe per chi deve macinare chilometri sull’asfalto, figurarsi se spalmato su salite che non lasciano scampo ad avventurieri incauti. 
Ero a Chia, con due palloncini verdi attaccati a una canottiera arancione che se qualcuno da casa mi avesse visto cosi' non mi avrebbe fatto partire prima di trovare qualcosa di piu sobrio e ton-sur-ton. 
Sono emozionato, incuriosito, (parecchio) terrorizzato dall’idea di non essere all’altezza. Perché se il Personal Best lo manchi tu ti incazzi, se lo fai perdere a chi ripone in te le speranze di raggiungerlo sai che rialzarsi sarà dura. Un’ora e trenta minuti. Non un secondo di più. Se il gruppo - tutto il gruppo - tiene il passo, anche qualcosa in meno. Mi sono fatto mille domande su come avrei gestito il tempo di gara: ho cercato e studiato l’altimetria, ho provato a immaginare la preparazione di chi avrebbe corso con me e le difficoltà che avrebbe sentito in gara. Come avrebbero gestito il caldo i runners provenienti da citta’ piu fredde? E il vento? Che noi sardi col vento impariamo a farci pace da bambini, ma chi lo conosce solo come brezza può davvero farci a pugni. E nove volte su dieci, vince lui. Come non deludere poi le aspettative? Lo sanno che l’incanto del percorso di Chia si guadagna con riverenza e gambe allenate? 
All’appuntamento con i ragazzi del gruppo “I pacers gli originali”  - che mi hanno regalato questa fantastica opportunità con il loro leader Roberto - mi era stato fatto presente che oltre alla 21 Km si correva anche la 10 Km, perciò sarebbe stato importante mantenere un passo costante per fare da pacer anche ai runners della gara “breve”, mentre le difficoltà sarebbero arrivate dopo l'undicesimo chilometro. Chia non è certo una mezza piatta e le tre salite più importanti sono concentrate nella seconda metà gara.
Ricordo di essere sceso in griglia alle 9.20, con il warm-up musicale di RDS e Valeria Straneo e Daniele Meucci posizionati a un soffio da me. Nonostante cio’ il mio unico pensiero del momento era memorizzare i nomi dei miei nuovi compagni di corsa per poterli incitare e la mia preoccupazione più grande quella di non riuscirci. Ricordo lo sparo, il primo chilometro piuttosto veloce per far girare le gambe e togliersi dalla massa e poi il bisogno di portarmi al teorico ritmo mezza, a 4’15” a km. Poco dopo ho visto delinearsi i contorni del mio gruppo, molti amici tra loro, e mi sono sentito orgoglioso di quella nuvola umana carica di energia che mi stava avvolgendo. Ero armato di bottigliette d’acqua che ogni tanto davo a chi voleva  bagnarsi o bere, ma il caldo era asfissiante e prima del quarto chilometro erano già esaurite. Al quinto le butto e tengo i tappi per poterli riusare con le bottigliette del rifornimento - ma perché non ce li lasciate 'sti tappi, perdio!- e le tengo da parte i momenti di crisi.
Il mio gruppetto ha continuato ad essere folto fino all'ottavo chilometro, dove il percorso si divide tra mezza e 10K. Dopo questo bivio restiamo in pochi, ma tutti tenaci e senza cedimenti. Ricordo di aver avuto a fianco dei ragazzi di Roma che avevano corso da meno di tre settimane la maratona della capitale e un altro, ancora più folle, che correva grintoso al mio fianco a sette giorni dalla sua maratona di Padova. In quel momento ho pensato a quante storie diverse, quante esperienze ed energie mette insieme la corsa che se solo hai la pazienza di immergerticisi le assorbi tutte e in alcuni momenti diventano un galleggiante.
La parte facile però a Chia finisce all’undicesimo chilometro. Qui si incomincia a salire lentamente e al dodicesimo la pendenza si fa davvero tosta. Ricordo di aver rallentato fino a raggiungere i 4’55” al Km ma molti si stavano staccando, così ho provato a far recuperare il gruppo a 5’10” a Km rimanendo solo con un ragazzo di Trento. 


E’ affaticato, accaldato, sudatissimo, ma quando scolliniamo e davanti a noi si aprono il golfo e la macchia mediterranea vedo nel suo viso l’eccitazione di un bimbo che assaggia per la prima volta il cioccolato. Questa scena la ricorderò sempre, era in estasi e quasi si ferma. Quando arriva la discesa non spingo per dare modo a chi è rimasto dietro di rientrare - tra cui Emilio e due ragazzi - ma appena riformiamo un gruppetto la strada sale ancora per altri 700 metri e dove c'è il rifornimento mi fermo quasi per aspettare chi e’ rimasto indietro. E’ quello il momento in cui capisco che centrare l'obbiettivo sarà difficile e le domande che mi assalgono la testa sono più prepotenti del caldo. Dare il tempo o tenere il tempo? Proseguire con il passo per raggiungere il traguardo in novanta minuti sperando di raccogliere qualcuno per strada o incitare chi e’ rimasto indietro e aiutarlo a concludere la gara al meglio? Nel mentre mi distraggo e metto male il piede, perdo una scarpa. Mentre mi fermo a rimetterla Emilio mi raggiunge nuovamente e mi incita come se il pace maker fosse lui. Sa di gioco e la scelta a questo punto mi pare ovvia: provare a riportarli con me e cercare di divertirci insieme. In discesa accelero raggiungo i miei compagni, riprendiamo Mario e Enrico, ma poco dopo il sedicesimo c'è la salita più dura e anche andando sopra 5,00 resto nuovamente solo. In discesa riprovo ad andare pianissimo e al diciannovesimo Emilio mi raggiunge. A questo punto gli dico di non guardare più il Gps, che se andiamo a 4’15” al Km centriamo l’obbiettivo anche se in realtà - penso - dovremmo andare a 3’55”. Emilio accelera notevolmente ma dopo un po' si stacca ed io continuo l’ultimo chilometro in solitario chiudendo in 1.30.14, senza aver portato nessuno con me.
Ricordo la delusione - la sento ancora oggi e la conservo gelosamente - e il dubbio di aver fatto scelte sbagliate. Dopo la gara ho rivisto il percorso nella mia testa mille volte, ho ripensato all’efficacia delle parole che ho speso, ho capito che dare il tempo e tenere il tempo e’ un gioco di equilibri in cui il pacer si muove come un funambolo. E, confesso, sono tornato a casa un po’ acciaccato. Ma quella stessa sera di un mese fa, a casa, il mio Messanger si e’ riempito di messaggi di compagni che mi han cercato su Facebook, di persone che han fatto salti mortali per recuperare il mio nome che per un errore non era neppure in classifica. Chi mi ringraziava, chi mi ha chiesto se potrò scortarlo un'altra volta, magari in piano. E allora ho capito che qualcosa di buono c’era stato e oggi, giorno del mio complimese da pacer, mi va di ricordarlo insieme a tutte le cose che ho imparato. A quelli del mio gruppo che mi stanno leggendo, ricordo che c’e’ una mezza in sospeso da chiudere in novanta minuti. E questa volta il traguardo lo tagliamo insieme.

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